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Omar Wisyam
Reve islamiste
Sat Apr 19, 2003 05:04
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De vita activa e del suo sogno islamista

L'islamismo.
Il precursore dell’Islamismo contemporaneo fu La Fratellanza Musulmana di Hassan el-Banna in Egitto (fondata nel 1928), che, a differenza dei nazionalisti liberali i quali cercavano di riconciliare l’Islam e la modernità, o i Socialisti arabi i quali erano decisamente laici, fu determinato a respingere la modernità e restaurare la legge della virtù islamica. Eppure l’Islamismo pervenne al potere statale non attraverso la Fratellanza musulmana sunnita (decapitata prima dal regime wafdista, da quello britannico, e poi dai nasseristi), ma dalla regola dello sciita Ayatollah Khomeini in Iran. Mentre Khomeini cercava di guadagnare i Shia del mondo arabo alla sua causa, il fatto che gli Shia fossero una minoranza, disprezzata e odiata nella maggioranza del mondo islamico sunnita, limitava decisamente il successo di Khomeini e degli Iraniani, nuove, sunnite, versioni dell’Islamismo si dimostrarono più efficaci nella mobilitazione delle masse musulmane sia nel mondo arabo che in quello dell’Asia centrale e meridionale: il Gruppo Armato Islamico in Algeria, la Jihad islamica e al-Gama al-Islamyya in Egitto, Hamas in Palestina, i Taliban in Afghanistan, e la rete al-Qaeda di Osama bin Laden. Mentre l’Islamismo sembra essere un’ideologia e un movimento politico irremovibilmente opposto alla modernità, e che cerca di rinvigorire le credenze e le istituzioni tradizionali islamiche, esso è altrettanto il prodotto della distruzione del mondo arabo-islamico pre-capitalista, e sia in quanto ideologia sia in quanto progetto politico è irreparabilmente bollato col marchio della modernità e del capitalismo. Sotto questo punto di vista, l’Islamismo ha molto in comune col Nazismo, col suo ideologico ricorso ad una Gemeinschaft pre-capitalista, alla religione ariana, pur avendo esemplificato le realtà più brutali del capitalismo e dell’imperialismo nelle sue relazioni sociali e nel suo progetto politico.
Questa connessione sostanziale tra l’Islamismo e il capitalismo può essere vista nelle due dimensioni dell’Islamismo come ideologia e come progetto politico. Malgrado il suo appello alla tradizione islamica, l’Islamismo costituisce una forma di proto-stato o di razzismo di stato. Qui, non stiamo parlando del razzismo nel senso del linguaggio comune, dove è una questione di colore (neri, bianchi, ecc.), ma piuttosto come ideologia affermata sulla base di una biforcazione, di una incisione nel tessuto sociale basata sulla nascita, la biologia, la genetica in quanto qualità inerenti l’essere stesso dell’individuo, in opposizione alle scissioni nel tessuto sociale basate su credenze, visioni del mondo, o come nel marxismo sulle relazioni sociali di produzione (classi), antitesi della biologizzazione delle scissioni nel tessuto sociale dell’umanità, sulla quale l’Islamismo è basato. La visione misogina delle donne come biologicamente inferiori, sostanziale nell’ideologia dei Taliban e di al-Qaeda (e che non ha base alcuna nell’islam tradizionale), il distintivo giallo che il regime taliban ha imposto alla minoranza indù in Afghanistan, la razionalizzazione dell’Umma su basi genetico-biologiche, (in opposizione ad una comunità di fede), che è strutturale alla visione del mondo di Bin Laden e dell’Islamismo: tutto, nel cuore di questa ideologia, concorre alla razzializzazione dell’Islam. Il razzismo di stato e la biologizzazione delle relazioni sociali sono immanenti all’ossessione di "purificazione" che anima l’Islamismo. Non la purificazione dell’anima individuale, ma la purificazione del tessuto sociale stesso. Le dissertazioni sulla purificazione che caratterizzano l’Islamismo, sono in sé l’anticamera della pulizia etnica e del genocidio. Il destino degli Indù nell’Afghanistan talibano (una minoranza di varie centinaia solamente), o la difesa dalla pulizia etnica degli Sciiti Hazaraz, prefigura la catastrofe che spetterebbe ai Copti d’Egitto (una minoranza di sei milioni, in sé immagine sinistra) se la Jihad Islamica dovesse prendere il potere. Questo razzismo di stato, e la biologizzazione delle relazioni sociali, sono caratteristiche di una fra le dimensioni della modernità capitalistica, il suo lato oscuro, esemplificato da Auschwitz, Babi Yar, Dresda e Hiroshima, tutti prodotti quintessenziali dell’alta civiltà capitalistica, ed inseparabili da essa. Lo sviluppo dell’Islamismo testimonia la diffusione delle medesime relazioni sociali e ideologie capitalistiche nel mondo Arabo-Islamico, quantunque in forme storicamente e culturalmente specifiche, che hanno informato il mondo capitalistico nella sua fase di decadenza (o di crisi permanente).
Nonostante la rivendicazione del suo progetto politico sia semplicemente ottenere la ritirata dell’Occidente dal suolo della "Nazione Musulmana" (qui reinterpretata biologicamente), e la sua conseguente purificazione, l’Islamismo può solamente sperare di realizzare tale scopo (per quanto vano) cercando di competere col suo nemico occidentale economicamente e militarmente. Tale progetto non significa l’arresto del processo capitalistico nel mondo islamico, ma il suo compimento, la sua apoteosi da parte dei regimi islamisti stessi. Così il regime di Khomeini in Iran, dopo il rovesciamento dello Shah, ha sviluppato l’industria del petrolio, integralmente collegata all’economia capitalistica globale, e necessitante di un brutale regime di sfruttamento del proletariato, e ha sviluppato industrie e istituti scientifici per la produzione di armi di distruzione di massa per elevarsi al rango di maggiore potenza imperialistica della regione. Gli Ayatollah hanno imboccato la strada dello sviluppo scientifico, tecnologico, economico e militare capitalistico, che, nonostante le loro affermazioni di purezza islamica, completeranno la distruzione del mondo islamico tradizionale del passato iraniano. Gli stessi imperativi sono al lavoro nella branca sunnita dell’Islamismo rappresentata da al-Qaeda, sebbene sia solamente un proto-stato. Il progetto di Bin Laden di estirpare l’imperialismo Occidentale dal suolo della nazione musulmana sembra implicare due obiettivi a breve termine: usare il regime talibano in Afghanistan come testa di ponte per destabilizzare il regime laico pakistano, assumere il potere di stato in Pakistan, e con esso una potenzialità nucleare sulle cui basi progettare un potere "islamico", rovesciare il regime saudita, dipendente com’è quest’ultimo dagli Stati Uniti, e con ciò assumere il controllo della maggior riserva di petrolio nel mondo. La questione non è la probabilità di successo di questo progetto (probabilmente infima), quanto piuttosto la sua natura e il suo contenuto di classe propriamente capitalistici. Una potenzialità nucleare (la Bomba islamica), e il controllo del petrolio, richiedono una tecnologia, una scienza e rapporti sociali tipicamente capitalistici, contro i quali gli Islamisti a parole inveiscono, ma che sono inseparabili dall’Islamismo come movimento e progetto politico.
Nell’analizzare l’Islamismo come fenomeno politico è necessario concentrarsi su tre elementi distinti ma collegati: le condizioni socio-economiche che alimentano il fertile suolo all’interno del quale una tale ideologia e movimento politico possono afferrare e conquistare il sostegno popolare; le classi e gli strati sociali che sono portatori di questa ideologia e i quadri e la dirigenza di questo movimento; il contenuto di classe di questo fenomeno socio-politico. Le condizioni socio-economiche che generano l’Islamismo sono il depauperamento e la disperazione di masse sradicate da un’esistenza pre-capitalistica o di villaggio e artigianale, dallo sviluppo del capitalismo, anche se quest’ultimo è incapace di provvedere all’occupazione di una popolazione da poco urbanizzata e in rapida crescita, condannata ad abitare in baraccopoli sorte attorno alle disordinate metropoli capitalistiche, una massa di gente mancante dell’istruzione senza la quale una vita di disoccupazione quasi permanente e di emarginazione è tutto quello che hanno da sperare. Tale è il risultato della traiettoria del capitalismo nel Terzo Mondo in generale, e del mondo arabo-islamico in particolare, e che fornisce le condizioni socio-economiche per la diffusione dell’Islamismo. Le classi e gli strati che alimentano i quadri e la dirigenza dei movimenti islamisti sono i piccolo borghesi e gli intellettuali. Non è una coincidenza se l’ideologo e l’organizzatore di al-Qaeda (il braccio destro di Bin Laden) Ayman el Zawahiri, era un importante chirurgo, il rampollo di una famiglia di punta dell’intellettualità egiziana. Mentre il sostegno popolare dell’Islamismo deriva dai molto poveri, la dirigenza e i quadri di questo movimento sono altamente istruiti, un prodotto del mondo laico della medicina e dell’ingegneria, per esempio. Tuttavia la classe d’origine dei quadri o della dirigenza di un movimento politico, non determina il suo contenuto di classe. L’elemento più cruciale in un’analisi dell’Islamismo, come abbiamo sostenuto più sopra, è capitalistico nella sua natura di classe; un’espressione o una manifestazione del capitalismo in condizioni storiche e culturali determinate: il mondo arabo-islamico nell’epoca del capitale globale e dell’egemonia statunitense. L’Islamismo è la reazione violenta e brutale a quella egemonia, un’egemonia che preannuncia la morte di massa o la brutale oppressione per i popoli di quella terra.
L'analisi, di Prospective Internationaliste, è condivisa, in gran parte, da Omar Wisyam, il quale in modo inopinato, ha voluto aggiungere un titolo e alcune considerazioni che per la loro labilità e una congenita e straordinaria superficialità, non possono non essere del tutto estranee al testo che le precede.
La violenza può distruggere il potere ma non può mai sostituirlo. L'impero può dispiegare la sua ombra sul mondo, grazie alle sue armi, e non esercitare sufficiente imperio. Ma forse neppure l'impero esiste, ma esistono numerose forze in concorrenza spietata e che, per pigrizia, chiamiamo impero. La combinazione politica di forza e di mancanza di potere si risolve nella parata velleitaria quanto spettacolare delle immagini. La volontà di potenza della classe media, come l'avidità e l'invidia, appare come una somma di debolezze. Il desiderio di violenza, di seminare terrore e shock, non è che il desiderio di sostituire il potere dell'imperio con l'esibizione della forza, cioè, nei fatti, con l'impotenza dell'impero.
Senza un'azione che che possa immettere nel gioco del mondo il cominciamento, di cui ogni essere umano è capace in virtù del suo essere vivo, sono valide le parole dell'Ecclesiaste sulla vanitas vanitatum. L'azione può essere giudicata solo mediante il criterio della grandezza, così aveva detto Pericle, le cui parole furono riprese da Tucidide. Quando la polis è capace di ispirare agli uomini il desiderio di osare lo straordinario, tutto è ancora salvo. Lo straordinario di Tucidide e Pericle è nell'aver lasciato memoria delle proprie buone e cattive gesta. Lo straordinario è la memoria.
La violenza della grande armada imperiale vorrebbe essere più di un segno, di un'ammonizione, ma se non le manca la capacità di ordinare al mondo di obbedirle, le manca quella di imporre la sua volontà; tuttavia troverà per strada chi racconterà la sua epopea, per quanto priva di disegno.
Lo spettacolo non ha strategia che lo condizioni. Lo spettacolo è una grammatica non un discorso, dunque un rapporto sociale.
Numquam se plus agere quam nihil cum ageret. Con queste parole di Catone, Hannah Arendt chiudeva il volume sulla Vita activa.


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